"Nel ricordo del mio grande Presidente Costantino Rozzi. Lo ringrazio per avermi dato fiducia ed affetto. Abbraccio la sua famiglia."
Carlo Mazzone

L'impermeabile di Rozzi... (Tratto da: Carlo Mazzone,“Una vita in campo” B.C. Dalai editore, 2010)

Come una maledizione arrivò il 3 marzo del 1968, il giorno del derby tra Ascoli e Sambenedettese. Quella domenica mi fratturai la tibia destra. Era stata solo colpa mia: avevo voluto fermare a tutti i costi un avversario, Urban, che avrebbe di sicuro fatto gol. La mia gamba contro il suo ginocchio, un impatto tremendo. Allora non erano permesse le sostituzioni. Se fossi uscito dal campo, l'Ascoli sarebbe rimasto in dieci. Figurarsi, in quella bolgia del derby. Così, strinsi i denti e mi rimisi in piedi, mi avevano fatto delle gran punture di antidolorifico e provai a continuare, tanto per rendermi utile in qualche maniera. Alla fine, pur di smetterla, litigai con un avversario, anche con la speranza che l'arbitro ci cacciasse entrambi, ma allontanò solo me. Io invece di protestare per l'espulsione lo ringraziai: << Meno male che l'ha fatto, perché c'ho una gamba rotta... >>.

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Avevo tirato ad indovinare, ma la sensazione purtroppo si rivelò esatta. Una brutta fattura, calcificazione ossea difficile, convalescenza lunga. Quando ripresi a giocare non ero più quello di prima. Insomma, nonostante tutti i miei sforzi, con la morte nel cuore fui costretto a confessare a me stesso che era finita. Da quel momento, sarei stato un ex calciatore. Mi crollò il mondo addosso, come si dice. Ero preoccupato, avevo una moglie e due figli da mantenere, mi ero tolto le mie soddisfazioni ma tutto sommato la mia carriera era stata modesta, lontana da Roma e dal grande palcoscenico della serie A. E poi il calcio non era quello di adesso, si guadagnava di che vivere, ma certo non le cifre di oggi e soldi da parte non ce n'erano. Ma quella che mi era sembrata una maledizione finì per trasformarsi nel biglietto vincente nella lotteria della mia vita.

Fortuna volle che nel frattempo fosse diventato presidente Costantino Rozzi. Un uomo eccezionale, un grande personaggio. Faceva il costruttore e aveva acquistato la Del Duca Ascoli perché, attraverso il calcio, ci teneva a far conoscere la sua città, far capire quanto fosse antica e bella. Per questo, voleva vincere. Il primo giorno disse: << Arriveremo in serie B! Macché serie B, arriveremo fino alla serie A! >>. Ci metteva l'anima, oltre che i soldi per far crescere la sua creatura. Avrebbe potuto mandarmi via alla scadenza del contratto, invece ebbe per me un occhio di riguardo, aveva capito il mio dramma: << Carletto, non ti devi preoccupare, farai l'allenatore e il responsabile del settore giovanile: va bene? >> Altroché se andava bene! Mi buttai a capofitto nell'impresa, in quel lavoro inaspettato al quale era legato il benessere non solo della mia famiglia ad Ascoli, ma anche dei miei genitori e delle mie sorelle, che a Roma non stavano vivendo un periodo facile e avevano bisogno del mio aiuto economico. Avevo solo 32 anni, ma mi sapevo imporre, avevo carisma, ero stato il capitano della squadra e i ragazzi mi stavano a sentire.

A un certo punto del campionato, Rozzi mi chiamò da parte. Le cose con la prima squadra non stavano marciando a dovere: << Carletto, fammi il piacere, vai tu in panchina e vedi che cosa puoi fare...>> E io sul'attenti: << Presidé, so' a disposizione...>> Ricordo che passavo le notti in bianco pur di escogitare qualche soluzione per migliorare il rendimento dei giocatori, per vincere le partite. Negli spogliatoi, prima di andare in campo, ci si riuniva tutti, come fanno ancora adesso, e si gridava qualche nostro motto. Funzionava così: io sostituivo l'allenatore esonerato, risollevavo la squadra e, finito il mio compito, tornavo a occuparmi del settore giovanile per lasciare il posto al nuovo arrivato. Una storia che si è ripetuta per tre volte, con Rozzi che veniva da me e mi faceva il solito discorso: << Carletto, fammi il piacere, pensaci tu...>> Arrivai a mettere in fila sette vittorie consecutive. Stessa scena nel campionato 1969/70, con l'Ascoli che navigava di nuovo in cattive acque, ma con un finale diverso: << Carle', fammi il piacere, per vincere qualche partita devo chiamare te. Così ho deciso che resti in panchina fino alla fine del campionato. Non solo. Hai la mia fiducia, il prossimo anno parti tu come allenatore della prima squadra. Sei contento? >>

<< Preside', je farei un monumento! Però lei me deve fa' un favore...>>.
<< È chiaro, lo stipendio te lo aumento subito...>>
<< No, preside', non è una questione di soldi. È che se le cose non dovessero andare bene, lei mi deve promettere che mi rimanda a dirigere il settore giovanile. Preside', io c'ho due figli...>>
<< Carle', non ti preoccupare. Qualunque cosa dovesse accadere, quel posto sarà tuo. E se dovessi lasciare la presidenza dell'Ascoli, ti garantisco che ti prendo a lavorare nella mia azienda, ho molti dipendenti e ci puoi stare anche tu, perché ho capito che sei una persona perbene >>.

Io, come si dice, feci il salto mortale con la spaccata per la gioia.

Rozzi era una persona così, generosa, vulcanica, imprevedibile. Mi convocava il lunedì alle 6 del mattino prima di partire per la Campania, per la Calabria, dove la sua impresa costruiva strade. Stava fuori fino al venerdì sera quando mi raggiungeva in ritiro e stavamo ore a parlare dell'Ascoli. Quella squadra era entrata ormai nella sua vita. Prima della partita scendeva sempre negli spogliatoi, era molto scaramantico. Che indossasse l'impermeabile chiaro o il cappotto di cammello, il rito era sempre lo stesso: se lo toglieva, lo appallottolava e lo scagliava in un angolo nello stanzone gridando: << Mi raccomando eh! Oggi ce li dobbiamo mangia'. Oggi si deve vincere >>. E io rispondevo sempre: << È il minimo preside', è il minimo...>>.

 

La prima volta che Costantino Rozzi siede in panchina è anche la prima volta per Carletto Mazzone

Stadio Del Duca, Ascoli - La Spezia (2-1), 24 novembre 1968

 

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